Origini e storia
 
La storia medievale e l'Ospizio del Gran San Bernardo
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  Nel Medioevo i molossi furono adottati da famiglie feudali e da ordini religiosi per custodire castelli e monasteri anche nelle valli.
  A causa del quasi assoluto isolamento dei territori alpini non ci si deve meravigliare che questi cani si siano conservati tipologicamente e geneticamente intatti per parecchi secoli, giungendo fino a noi prima come «Mastini delle Alpi» o «Mastini Alpini» (così li chiamava San Girolamo in una sua personale descrizione) e poi come «Cani di San Bernardo» (nome che venne loro attribuito nel XIX secolo).
Il cimiero da elmo
Il cimiero da elmo di Hailigberg

  L'Ospizio del Gran San Bernardo fu fondato dal nobile Bernardo da Mentone (il futuro santo) verso il 1049 con il proclamato intento di aiutare, assistere e dar rifugio ai viandanti delle montagne che allora venivano valicate soltanto a piedi. Il Barone di Mentone, padre di Bernardo, aiutò più di una volta economicamente il figlio per migliorare e ingrandire gli edifici che costituivano l'Ospizio, alcuni dei quali giunti fino a noi. Con il proseguire del tempo il Gran San Bernardo divenne un punto di riferimento non solo per i viaggiatori «onesti», ma altresì per i briganti che perà, dopo un periodo di scorribande continue anche all'Ospizio, scemarono notevolmente di numero fino a scomparire quasi del tutto. È quindi presumibile che i primi mastini pesanti dell'Ospizio fossero utilizzati per «ripulire» la montagna da banditi ed animali feroci e che solo in epoca successiva siano stati impiegati per il salvataggio. Leggenda vuole che il capostipite dei grandi mastini dell'Ospizio fosse un gigantesco «dogue» usato per la guardia in una proprietà del Barone di Mentone in Savoia, ai piedi delle Alpi.
  Non è dunque un caso che il primo ritratto «medioevale» del molosso pesante, cioè del moderno San Bernardo, risalga a circa la metà del XIV secolo e sia dipinto su un cimiero da elmo della casata svizzera «Heiligberg». Nel Museo Nazionale di Berna sono visibili documentazioni d'allevamento (con accurata tenuta di alberi genealogici) di mastini posseduti da case signorili dell'Oberland Bernese, del Vallese e di altri cantoni svizzeri. Era infatti
 
Due tipici mastini alpini
Due tipici mastini alpini con le orecchie tagliate
un'ambizione dell'aristocrazia svizzera conservare in purezza i grandi molossi e non è azzardato ritenere che gli attuali San Bernardo riallaccino le loro linee di sangue a quegli antichi progenitori.
  In molti stemmi medioevali e ornamenti di elmi appartenenti a case nobiliari elvetiche e delle zone alpine italiane si trovano riprodotte teste che ricordano il cane di San Bernardo, dimostrando come il suo allevamento fosse diffuso da molto tempo. In età pià recente famiglie nobili del Bernese, del Friburghese, del Vallese e del Waadtland ascrivevano a onore l'allevamento di cani di questa razza: casate come i Rougemont, i Pourtalès, i Graffenriede, con l'istituzione di libri genealogici, crearono vere e proprie linee di sangue che, fino alla metà dell'Ottocento, portavano addirittura il loro nome.
  Quando i monaci del Gran San Bernardo decisero di utilizzare per la loro opera di soccorso degli ausiliari canini certamente sperimentarono molte razze ma, date le straordinarie doti di forza e di resistenza richieste per un lavoro quasi sempre ai limiti della sopravvivenza, alla fine la loro scelta, come afferma anche lo Tschudy, non poté che cadere sui grandi mastini «romani» presenti in tutto il territorio elvetico e nella Valle d'Aosta.
  La taglia e la potenza (doti imprescindibili per la funzione di soccorso, come vedremo in seguito), furono mantenute con la consanguineità. La selezione plurisecolare operata dai monaci con lo scopo
Caesar
Caesar, figlio di Lion
(da un dipinto di Landseer)
di migliorare l'intelligenza e l'olfatto del grande mastino finì per modificarne anatomicamente il cranio che da quasi piatto divenne convesso (soprattutto anteriormente), caratteristica questa ancor oggi essenziale nella valutazione morfologica del Cane di San Bernardo. Non si deve escludere che i monaci abbiano sperimentato, selezionando i loro ausiliari canini, anche i Grandi Bovari (discendenti diretti dei molossi leggeri da guerra), ma la teoria sostenuta da alcuni secondo la quale il San Bernardo moderno deriverebbe in massima parte da questi «Cani dei contadini o da capanna» è del tutto discutibile e priva di fondamento storico e cinotecnico. Infatti i San Bernardo di epoca precedente le esposizioni, cioè allevati esclusivamente per il lavoro, erano dei tipici molossi pesanti, basti pensare ai cani raffigurati da Landseer nei suoi dipinti del 1820, alle statue del Settecento poste all'ingresso del Castello di Belp, presso Berna, o addirittura ai celebri quadri di Salvator Rosa del 1695 dove i cani raffigurati evidenziano già (e si pensi bene all'epoca) la tanto desiderata convergenza degli assi longitudinali superiori del cranio e del muso (imprescindibile caratteristica di tipo dei moderni San Bernardo).
  È difficile dire con certezza in quale secolo i monaci abbiano cominciato ad usare i cani nell'attività di soccorso. Si puà tuttavia presumere che cià sia avvenuto due o trecento anni dopo la fondazione dell'Ospizio (1049). Prima di questa data non si hanno notizie certe sulla presenza dei cani in quelle zone, anche perché il tempio romano di Giove e i manufatti annessi erano stati completamente distrutti dai Saraceni nel 950 d.c.
 








I "molossi"      
del castello di Belp      

 

  Secondo il rev. Cuming Macdona, pioniere dei sambernardisti inglesi che nella seconda metà dell'800 ebbe una lunga relazione epistolare col bibliotecario dell'Ospizio, Etienne Metroz, i cani avrebbero fatto la loro comparsa sul passo poco dopo la fondazione del convento. Dello stesso parere è anche Hugh Dalziel, notostudioso di cinofilia e storico di molte razze canine.
  Purtroppo, a causa di un incendio scoppiato all'Ospizio nel dicembre del 1555 quasi tutto l'archivio andà perduto e da quanto rimane non è possibile trarre alcuna informazione certa. È solo verso la metà del 1600 che si hanno inconfutabili notizie circa la presenza dei molossi all'Ospizio. Altri cinologi quali il Manning e, successivamente, anche il Prof. Heim, sostengono che i cani sarebbero stati utilizzati per il soccorso solo a partire da quella data.
  I primi ritratti «moderni» del San Bernardo, come già detto, attribuiti a Salvator Rosa e datati 1695, sono visibili alla Casa Madre dei monaci a Martigny. Rappresentano due mastini pesanti molto tipici, cioè già valutabili positivamente secondo criteri zoognostici moderni.

Quadro di Salvator Rosa 1965
Un quadro di Salvator Rosa (1965)
 
La convergenza
Particolare della testa con evidenziata la convergenza

  Il 22 agosto 1774 il letterato e viaggiatore J. Bourrit scriveva dall'Ospizio: «Trovansi qui cani di una grossezza straordinaria, addestrati al soccorso dei viandanti, sia per indicar loro la strada, sia per condurli tra la nebbia e la neve». J.B. de Laborde e F.A. de Zurlauben, nel 1780, dicevano dei monaci dell'Ospizio: «Essi sono accompagnati da grossissimi cani ammaestrati che si danno alla ricerca dei viandanti, si lasciano afferrare da essi e li aiutano a trarsi dagli imbarazzi in cui si trova no, conducendoli poi in direzione dell'Ospizio».

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Barry I° e l'epoca napoleonica
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  L'opera di soccorso dei cani di San Bernardo raggiunse il suo culmine nel ventennio 1790-1810 per la presenza, fra gli altri cani, del celeberrimo Barry (1800-1814),
Barry 1°
Barry I° del Gran San Bernardo
(1800-1814)
le cui doti psichiche, come vedremo, sono tuttora esemplari per la razza. Barry nasceva nel maggio del 1800, proprio mentre Napoleone I superava il passo alla testa di oltre 40.000 soldati. Dal 15 al 21 maggio 1800 Napoleone Bonaparte attraversà il valico ancora coperto di neve con un esercito di 35.000 uomini, 3.000 fa cavalli e muli e 40 pezzi di artiglieria, a cui s'erano aggiunti 6.000 montanari del Vallese incaricati di trainare i cannoni su tronchi d'albero. Per questo lavoro massacrante furono utilizzati anche i cani dell'Ospizio, che servirono altresì come scorta e guida per le truppe. Il capitano Colgnet, ufficiale dell'esercito napoleonico e autore di un libro di memorie su quella spedizione, ci ha lasciato una vivida descrizione sia dell'aspetto imponente dei cani che del loro particolare lavoro. Secondo Colgnet, Napoleone in persona s'interessà molto dell'opera benemerita svolta dai monaci e dai cani, durante l'incontro che ebbe con il priore dell'Ospizio di quel tempo, il canonico Louis Antoine Luger. Sembra addirittura che uno dei generali di Napoleone, Desaix, fosse salvato da alcuni cani mentre, alla testa di un piccolo drappello, si trovava sull'orlo di un baratro in cima al Monte Telliers (nella cappella del Convento esiste ancora oggi una lapide che ricorda l'episodio). Dopo questo fatto Napoleone comprese l'enorme significato che poteva avere un'istituzione come quella dei cenobiti del Gran San Bernardo. Fece così costruire altri due ospizi, uno al passo del Sempione (tuttora esistente) e uno sul Moncenisio, del cui funzionamento furono incaricati gli stessi monaci del Gran San Bernardo coi loro giganteschi cani.
  Il nome «Barry» deriva dal dialetto bernese «Bari», diminutivo di «Bar» (orso). Tale nome, a quel tempo, era sinonimo di cane di San Bernardo, tanto è vero che in Svizzera, dal 1810 al 1860, i cani di questa razza erano chiamati «Barryhund» o «Chien Barry».

Napoleone all'Ospizio
Napoleone all'Ospizio


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L'iniziale diffusione della razza
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  Nel 1815 una coppia di San Bernardo dell'Ospizio fu importata in Inghilterra dalla Contessa Boode. Il maschio, che si chiamava «Lion», aveva un'altezza al garrese attorno agli 80 cm e una testa già tipica con muso quadrato, labbra ben sviluppate e stop evidente. Lo stesso «Lion» e suo figlio «Caesar» furono raffigurati nei già citati quadri del 1820 di Sir Edwin Landseer. Successivamente alcuni allevatori inglesi, probabilmente allo scopo di rinsanguare e potenziare il loro cane nazionale e cioè il Mastiff, acquistarono a pià riprese cani dell'Ospizio. Dal 1830 in poi l'interesse per il San Bernardo in Inghilterra comincià gradualmente ad aumentare tanto che la stessa regina Vittoria ne possedette una coppia. Anche gli archivi dell'Ospizio riportano testimonianze epistolari sull'iniziale diffusione della razza.
  «1800 - Dal Quartier generale di Torino, il 9 messidoro, anno VIII della R.F. una e indivisibile Alessandro Berthier, generale in capo dell'Armata di riserva - al Priore dell'Abbazia di San Bernardo. Mi avete promesso, signor Priore, di donarmi un cane della razza di quelli del San Bernardo. Vi prego di consegnarlo, se possibile, al mio aiutante di campo Laborde, latore di questa lettera. Vi saluto. A1. Berthier».
  Il 15 luglio 1822 Leopoldo, Granduca di Toscana, ringrazia M. le Prévost dell'invio di un cane.
  Nel 1831 Aglaè Corday (Dix mois en Suisse - Le Grand St. Bernarrd) scriveva a sua volta di aver visto «mute» di cani all'Ospizio. «A mia richiestahanno chiamato a gran voce Turc, Drapeaux, Jupiter, Courage e Turca, cinque giovani ed enormi molossi che circondarono allegramente la tavola. Courage, specialmente, ha una fisionomia molto grave e uno sguardo severo, che non smentisce affatto il suo nome. Mi fu anche presentato un parente prossimo del famoso Barry, che avevo visto impagliato al museo di Berna».
  Nel 1817 i monaci, per ridurre gli effetti negativi della consanguineità, utilizzarono prima di tutto i mastini pesanti che ancora erano presenti nelle valli e poi, allo scopo di migliorare con un mantello più ricco la resistenza dei cani, introdussero il Terranova e il cane da montagna dei Pirenei.
  All'atto pratico, perà, il manto assai pesante e lanoso che essi ottennero con questo incrocio si rivelà controproducente perché, nell'ambiente polare del Gran San Bernardo, la neve gelata, addensandosi sul pelo, appesantiva l'animale. Da allora i monaci conservarono solo i soggetti a pelo corto, cedendo ad allevatori delle valli quelli a pelo lungo che ogni tanto comparivano nelle cucciolate. Nacque cosí la varietà a pelo lungo che, allevata nelle valli svizzere e poi in tutto il mondo, tanto successo ha avuto in passato ed ha tuttora. Oggi possiamo dire che almeno il 70% dei San Bernardo esistenti sono a pelo lungo.

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Schumacher, il pioniere
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  Verso la metà dell' '800 comincià la sua attività quello che puà essere considerato, a parte i monaci dell'Ospizio, come il primo allevatore «specialista di San Bernardo», lo svizzero Heinrich Schumacher (1831-1903), nativo di Holligen vicino a Berna. Egli fu attivo dal 1855 al 1890. In questo periodo poté selezionare moltissimo la razza, avendo come punto di partenza «ideale» quello che lui considerava il prototipo dei San Bernardo e cioè Barry I.
  Un maschio assai simile al vecchio Barry fu donato da Schumacher all'Ospizio e contribuì alquanto a migliorare il livello qualitativo dei cani allevati dai monaci in quel periodo.
  Di certo Schumacher, per non eccedere con la consanguineità, introdusse nella sua selezione anche diversi Grandi Bovari (eredi dei molossi leggeri da battaglia) che erano diffusi nelle stesse valli dove egli reperiva i "suoi" San Bernardo. Il risultato, peraltro poco incoraggiante, si vide in alcuni cani di quel periodo (fra cui il ben noto Barry III del Gran San Bernardo), che, eccessivamente alleggeriti, erano del tutto simili ai Grandi Bovari Svizzeri. Un esperto dei cani da capanna svizzeri, il Dr. Bernard Kobler, in un articolo pubblicato sul giornale di Escholzmatt in Svizzera nel 1924, afferma che Schumacher, a partire dal 1853, possedette una coppia di Grandi Bovari, che utilizzà in allevamento coi San Bernardo per qualche anno. Visti i cattivi risultati ottenuti li rivendette poco dopo.
  Fra il 1860 e il 1870 Schumacher esportà parecchi cani in Russia e in Inghilterra ed in altri paesi stranieri, facendo cosě conoscere ed apprezzare la razza laddove era praticamente sconosciuta. Egli fu anche il primo allevatore di San Bernardo ad ottenere i pedigrees dal Libro Origini svizzero.
  Quando si ritirà, nel 1890, lascià in eredità i suoi cani agli allevatori Seller di Zermatt e Muller di Briga, i quali continuarono la sua opera con buoni risultati.
  Le prime esposizioni in cui fecero la loro comparsa i San Bernardo furono quelle inglesi di Birmingham del 1862 e di Cremorne del 1863.
  Il maestoso aspetto del «Gigante delle Alpi», unito alla sua fama di cane da soccorso, ebbe sul pubblico un effetto dirompente e contribuì allo sviluppo dell'allevamento in tutta Europa.
  Con la compilazione dello Standard della razza, approvato ufficialmente il 2 giugno 1887 al Congresso Cinologico di Zurigo, iniziava di fatto la storia del San Bernardo come cane da esposizione.

Lion durante un salvataggio
Lion, sulla destra, raffigurato da Landseer nel dipinto "il soccorso" del 1820


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