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Per comprendere meglio psicologia e comportamento,
di un cane così antico come il San Bernardo
è di fondamentale importanza risalire all'origine della specie canina. Infatti è esclusivamente
attraverso lo studio dei progenitori degli animali moderni che si possono poi approfondire tutti
i problemi legati alla loro evoluzione.
Di fatto appartiene solo all'animale selvatico l'inventario completo ed immutato dei modelli di
comportamento della sua specie: l'animale domestico, al contrario, tramite la trasformazione del
suo patrimonio ereditario, spesso portatore di componenti sconosciute e soggetto a molte variabili,
ha subìto mutazioni complesse e a volte incomprensibili.
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La domesticazione | |
Camp. Int. It. Bsg. Sofia del Soccorso, figlia dei campioni mondiali Sando e Diana del Soccorso
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Come sappiamo anche gli studi più recenti tendono a far risalire il
cane attuale, sia pur nelle sue varie razze e tipologie, al «canis lupus».
Le prime fasi della domesticazione avrebbero avuto inizio o all'incirca 10.000 o 12.000 anni fa
allorquando sparuti gruppi di lupi e cani selvatici cominciarono ad accostarsi gradualmente, prima
in modo saltuario, poi costantemente, alle rozze abitazioni dei nostri antenati i quali avrebbero
poi preso l'abitudine di gettare ai cani avanzi di cibo. In questo modo essi iniziarono a seguire
l'uomo durante la caccia, instaurando così un rapporto di dipendenza-attaccamento con l'uomo stesso
che ben presto cominciò a condizionare il cane ai fini di una sua utilizzazione.
La recente scoperta, fatta in Israele, dello scheletro di un uomo che aveva tra le mani i resti di
un cucciolo dl cane di 4/5 mesi, databili fra i 12.000 e i 15.000 anni fa, testimonia come fin dal
primo momento si fosse stabilita una efficace comprensione fra le due specie.
Sia pur nelle più diverse specializzazioni, quindi, i modelli o pattern comportamentali del cane
domestico derivano direttamente da quelli del lupo. Su questi schemi la selezione umana ha operato
per generazioni e generazioni.
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Comportamento e psicologia del lupo | |
Nei branchi di lupi vigono ferree gerarchie al vertice delle quali stanno
i cosiddetti «capi-branco», vere e proprie guide plenipotenziarie che, fra l'altro, hanno il compito
assai importante db trasmettere ai soggetti più giovani ciò che loro stessi hanno appreso. Dal
capo-branco, che è sempre il maschio dominante fra quelli più anziani, il giovane lupo impara il
comportamento in caccia, e cioè come individuare la preda, inseguirla, stanarla e ucciderla,
assimilando ben presto tutte le nozioni indispensabili per svolgere il suo compito nell'ambito
del branco.
Con l'avvento della domesticazione degli animali selvatici, l'uomo cominciò a prendersi cura dei
lupi più docili fra quelli che lo affiancavano nella caccia. In tal modo, allevati fin dal periodo
dell' «imprinting», i giovani lupi iniziarono a trasferire sull'uomo la dipendenza sociale dal
branco e specialmente dal lupo dominante. In altri termini il giovane lupo, sostituendo l'immagine
del capo-branco con l'uomo-allevatore, metteva automaticamente fine al suo «status», di animale
selvatico e al tempo stesso gettava le basi di quella lunga vicenda che, attraverso i secoli, lo
avrebbe portato, ormai addomesticato, a divenire il più prezioso ausiliario dell'uomo. Così il cane
fu utilizzato in un primo tempo come guardiano contro animali ed altri uomini, poi come cacciatore,
poi come pastore ed infine, nella sua forma evolutiva più alta, come salvatore dell'uomo stesso.
In questo modo l'antico lupo fu messo in condizione, diventato ormai cane domestico (il
«canis familiaris» di Linneo) al servizio dell'uomo, di mettere a frutto selettivamente i suoi
impulsi innati.
Ben raramente gli studiosi (invero ancora pochi) di psicologia canina hanno cercato di approfondire
e di capire quali forze spingano il cane di San Bernardo in alta montagna 0 il Terranova in acqua
al salvataggio di esseri umani in difficoltà. Per comprendere tutto questo bisogna ancora una volta
risalire al lupo e alla sua elaborata struttura sociale. Infatti, come abbiamo visto, se tale
struttura non fosse esistita, non si sarebbe potuta sviluppare nel cane la tendenza ad operare per
l'uomo. In pratica si può affermare che il cane domestico, quando lavora per l'uomo, compie
un'azione sociale nell'ambito del suo branco.
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Comportamento e psicologia nel cane da pastore | |
Come sappiamo, il cane da pastore rappresenta un'evoluzione del cane
cacciatore sul quale l'uomo, grazie ad una multisecolare selezione, ha operato una riduzione
dell'istinto predatorio. La tecnica di caccia del lupo consisteva infatti (e consiste a tutt'oggi,
per i pochi esemplari ormai rimasti) nell'isolare la preda, in genere animali malati, deboli e vecchi,
per poi assalirla dopo averla circondata in branco. In pratica essi catturano quasi esclusivamente
quegli animali che per malattia o debolezza ereditaria comprometterebbero il patrimonio della propria
specie. I lupi, come tutti i carnivori, operano quindi una selezione che torna a vantaggio delle loro
stesse prede.
Oltre al vantaggio per la specie dovuto al fatto che solo i migliori si riproducono, ve n'è un altro
a livello della sopravvivenza. I predominanti esercitano i loro diritti per quanto riguarda il cibo,
cioè sono i primi a saziarsi. Ora, nei momenti di carestia, quando il cibo non è sufficiente alla
sopravvivenza di tutti, se ciascuno ne consumasse una parte, si avrebbe una distruzione delle risorse
alimentari, senza nessun vantaggio per il gruppo. Si arriverebbe cioè in casi estremi alla morte,
magari un poco più lenta, di tutti. Col sistema gerarchico, invece, se il cibo è poco, pochi soltanto
riescono a ottenerlo ma, proprio perché pochi, a sopravvivere. Anche se crudele, questo è uno degli
infiniti mezzi che la natura mette in atto per assicurare la sopravvivenza di ciascuna specie.
La nozione genetica dell'istinto predatorio del lupo rimase nel cane domestico, sicché l'uomo poté
avvalersene selezionando i cani da pastore. Riducendo e adattando ai suoi scopi gli istinti
predatori primordiali del cane egli riuscì a trasformare l'idea di preda che il cane aveva.
Quello che per il cane cacciatore era l'oggetto di caccia divenne, nel cane da pastore,
l'animale smarrito e sperduto che andava recuperato non già per mangiarselo, ma per riportarlo
nel gregge o nella mandria 140 di cui il cane stesso era custode assieme all'uomo. Ancora oggi,
a dimostrazione di quanto le pulsioni ereditarie siano ben presenti nel patrimonio genetico dei
cani moderni, in alcune razze da pastore si possono trovare soggetti che, per una sorta di
repentino ritorno alle origini, mostrano l'irresistibile tendenza di mordere e, nei casi più estremi,
talora sbranare l'animale smarrito.
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Comportamento e psicologia nel cane da soccorso | |
Becello v. d. Olympiastadt München, un figlio tedesco del Camp. Mond. Sando del Soccorso. Prop.: fam Krienke
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Nei cani da soccorso l'uomo ha ulteriormente perfezionato con la
selezione gli aspetti comportamentali caratteristici dei cani da pastore, trasformando ed ampliando
nel cane il concetto di animale smarrito da recuperare. In altre parole ciò che per il cane da pastore
o per il cane bovaro è rappresentato dall'animale sperduto, per il cane da salvataggio è rappresentato
dall'uomo stesso sperduto o in pericolo. Possiamo quindi affermare che sia l'opera di soccorso svolta
dal San Bernardo in montagna che quella svolta in acqua dal Terranova (cugino del San Bernardo),
rientrano nei su accennati moduli comportamentali.
È importante ricordare, fra l'altro, che come il giovane lupo apprende dal suo capo-branco le nozioni
necessarie alla vita nella comunità, così il giovane cane da soccorso in alta montagna impara molto,
oltre che dall'uomo stesso, anche dal soggetto più anziano con il quale esce in perlustrazione.
Va aggiunto che, attraverso la più accurata selezione, l'uomo ha reso i cani da soccorso come il
San Bernardo adatti anche a compiti di accompagnamento e guida, sfruttando ulteriormente l'innata
attitudine di certi soggetti alla conduzione e guardia del gregge. È chiaro che per poter realizzare
tutto ciò (accompagnamento, guida e soccorso) in condizioni assolutamente estreme (tormente, valanghe,
sentieri coperti di neve o ghiaccio, terremoti, ambienti invasi dal fuoco o dall'acqua, ecc.) l'uomo
ha dovuto utilizzare quanto di meglio gli offriva la specie canina, come prestanza fisica, resistenza
alla fatica, doti psichiche, olfatto e udito. Si pensi che il senso dell'odorato nel San Bernardo
è quattordici volte superiore a quello dell'uomo e anche l'area del cervello deputata a questa funzione
è sviluppata parimenti. Si calcola che il San Bernardo possa avere anche il 40% in più di cellule
connesse con l'olfatto che non l'uomo. Si può ben dire, quindi, che i cani come il San Bernardo
«vedono col naso», e, grazie al loro campo olfattivo molto più ampio, completo e selettivo del
nostro e di molte altre razze, i diversi odori possono suscitare in loro addirittura degli «stati d'animo»
sulla falsa riga di quelli umani. Per quanto concerne 1'olfatto non c'è dubbio che i cani delle
razze da soccorso sono fra i più dotati. Inoltre il San Bernardo, grazie ai seni frontali più
sviluppati che in qualsiasi altra razza da lavoro è fornito, come sappiamo di un ampissimo
teleolfatto che gli consente di percepire anche le emanazioni più lontane. Il meccanismo che
determina nel cane di San Bernardo l'impulso a ricercare il viandante sperduto o in pericolo
è paragonabile agli stimoli olfattivi che, ad esempio, inducon il cane da caccia a seguire le
emanazioni della preda e il cane da pastore a cercare le tracce dell'animale smarrito. Infatti
sia la selvaggina, sia gli animali usciti dal branco, sia l'uomo in pericolo, emettono un odore
particolare facilmente identificabile da cane. Ciò permette al cane da caccia di trovare il selvatico,
al cane da pastore di localizzare e recuperare l'animale isolato e al cane da soccorso, che agisce
sempre in uno spazio più ampio, di individuare l'infortunato e riportarlo in luogo sicuro. Inoltre
il selezionatore ha sfruttato, per i cani da soccorso, il senso d'orientamento pressoché infallibile
derivatogli da lupo. Infatti i San Bernardo sanno sempre ritrovare con matematica sicurezza la pista
di neve battuta (pion) che percorre la montagna, evitando sistematicamente i crepacci.
Possiamo quindi affermare che le razze da soccorso, cui appartiene il San Bernardo, grazie al loro
straordinario background genetico, rappresentano probabilmente il più alto grado di evoluzione cui
la specie canina sia pervenuta con la selezione dell'uomo. I cani di queste razze hanno nel loro
corredo genetico il superamento prima degli istinti predatori atavici del lupo (ancor oggi di
fondamentale importanza per la selezione e l'addestramento delle razze da difesa), poi quelli
dei cani da pastore per a custodia delle greggi. Questa spinta ereditaria progressiva gli ha
consentito, infine, di porre all'apice della piramide evolutiva del comportamento l'uomo stesso,
ultima preda-animale smarrito da salvare.
(A sinistra): gruppo dell'All.to Del Soccorso plurivincitore in esposizione negli anni '70/'80;
in primo piano il Camp. Mond. Zito del Soccorso
(A destra): Camp. Mond. Int. It. Diana del Soccorso
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L'istinto, l'indole e il carattere | |
Le facoltà quasi medianiche del San Bernardo e il suo infallibile
istinto di cane salvatore hanno affascinato decine di studiosi. La funzione di soccorso richiedeva
un complesso di operazioni che soltanto cani dotati di enorme forza (quindi statura e massa in
proporzione come rilevato a proposito della taglia ideale del San Bernardo), finissimo olfatto,
carattere molto equilibrato ed acuta intelligenza, potevano compiere. Senza contare che quasi sempre
i cani dovevano fare lunghi percorsi anche di notte con la tormenta e su terreno ghiacciato per
raggiungere il luogo di caduta della valanga o per soccorrere un disperso e fargli da guida
attraverso pericoli di ogni genere. Si pensi che nel periodo storico dei salvataggi (vale a
dire dalla fine del XVIII secolo al 1930 circa), causa la vastità della zona da perlustrare
l'inesistenza di qualsiasi mezzo meccanico e la penuria numerica dei monaci guida, il San
Bernardo agiva spesso da solo, cosicché la salvezza di una o più persone era affidata integralmente
all'animale e ai suoi mezzi. Lo scienziato svizzero De Saussure, uno dei pionieri nello studio
della psicologia canina, nel suo libro Viaggio attraverso le Alpi del 1786 esalta la
capacità dei San Bernardo di prevedere una bufera con 40 minuti d'anticipo e di fiutare con
vento favorevole un uomo ad alcuni chilometri di distanza. Il San Bernardo può inoltre individuare
una persona sepolta sotto la neve fino a tre metri di profondità, prevedere e segnalare la caduta di
valanghe con dieci minuti di anticipo, fermandosi improvvisamente e abbandonando la pista. Molti
soccorritori «umani» devono a questa facoltà del San Bernardo, senza riscontro in altre razze la loro
salvezza, ciò che li induce a fidarsi ciecamente del loro cane. La resistenza dei San Bernardo alle
intemperie è pressoché illimitata: possono stare giorno e notte nella neve profonda e nella tormenta
senza risentirne alcun danno. Anche in condizioni di estremo disagio le loro facoltà psichiche non
vengono intaccate il cane resta lucido e presente in qualunque momento.
Dotati di acutissima sensibilità e reattività nervosa i cani di San Bernardo hanno una fulminea
percezione del pericolo. Quando si accorgono che qualcuno è in difficoltà nessuno può più trattenerli e,
come se fossero guidati da misteriose forze, si precipitano in suo aiuto.
Questo fervore quasi mistico
del San Bernardo, che è paragonabile all'istinto dei braccoidi per la caccia, è sempre stato un
rompicapo per gli studiosi di psicologia animale. Il già ripetutamente citato allevatore e studioso
di San Bernardo Heinrich Schumacher, sul finire del secolo scorso, così descrive il lavoro dei cani:
Due maschi, uno giovane e uno anziano, escono ogni mattina dall'Ospizio e percorrono il versante
italiano per 12-13 km. Altri due esplorano il versante svizzero. Essi raggiungono i più lontani
rifugi costruiti per il momentaneo ricovero dei viandanti. Anche se neve fresca e caduta
abbondantemente sanno ritrovare con sicurezza assoluta il «pion», il sentiero di neve fortemente
battuta che porta all'Ospizio, che i cani stessi preparano, calpestando e livellando la neve profonda.
Il loro senso d'orientamento con nebbia, neve o tormenta, è tale che ehi gli si affida ha la matematica
certezza di essere ricondotto all'Ospizio. Come tutto ciò sia possibile è un mistero, rimane il fatto
che i cani, anche di notte o con visibilità zero, non s'allontanano un metro dalla pista abituale.
Pur essendo il più forte di tutti i cani (tanto che non ha rivali se viene attaccato) il San Bernardo
è di indole affabile, in particolar modo con i bambini per i quali ha una particolarissima predilezione.
Negli Stati Uniti le femmine vengono addestrate come «baby-sitters». Così una signora di New York
ama descrivere la sua cagna di San Bernardo: «Una baby-sitter con la struttura e l'altezza di un
pugile peso massimo» quando mio marito ed io siamo assenti, i miei bambini sono sicuri con lei come
in un bunker. Al di là dell'iperbole, queste parole sintetizzano le qualità morali e psichiche del
«gigante delle Alpi» che, oltre ad esser e un eccezionale cane da guardia, è l'amico per antonomasia
dei bambini anche più piccoli, dai quali accetta ogni sorta di giochi e scherzi con pazienza
infinita, ma che è pronto a proteggere e difendere con la massima decisione. In Svizzera, dove
questa razza era allevata dai contadini, generazioni di fanciulli hanno avuto per bambinaia una
cagna di San Bernardo. In molte famiglie coloniche era infatti abitudine chiamare «zia» la cagna
San Bernardo di turno, in ricordo delle sue prestazioni come balia asciutta. In genere una cagna
San Bernardo cui siano affidati bambini piccolissimi non si limita a difenderli contro i
malintenzionati ma li educa ad evitare i pericoli e a non allontanarsi da lei proprio come fossero
suoi cuccioli. E chi ha dimestichezza coi San Bernardo sa per esperienza quale irrefrenabile
istinto spinga questi cani a difendere, proteggere e soccorrere coloro che gli sono affidati.
Il San Bernardo è un cane di carattere molto equilibrato, estroverso, affettuosissimo e giocherellone
e col padrone rimane cucciolo per tutta la vita. Alquanto indipendente (come tutti i molossoidi), è
energico con gli altri cani ma non aggressivo.
D'altra parte, per la sua mole di super massimo e per il suo acuto senso di vigilanza, è anche un
formidabile cane da guardia (spesso basta la sua sola presenza per scoraggiare il malfattore).
A questo proposito lo scrittore R. Robert, nel suo libro Viaggio attraverso i Cantoni Svizzeri,
narra che nel 1879 trenta malfattori, pare italiani, dopo essere stati alloggiati e ristorati
all'Ospizio, tirarono fuori da sotto i mantelli i fucili e li puntarono contro i monaci esigendo
gli fosse consegnato il tesoro del convento il priore cercò di dissuaderli poi, visti inutili i
suoi sforzi, chiamò a gran voce i cani. Alla vista dei giganteschi mastini i briganti rimasero
interdetti, senza aver l'animo né il tempo di far fuoco, dandosi poi a precipitosa fuga inseguiti
dall'intera muta. A notte inoltrata i cani tornarono e i giorni seguenti, nonostante le ricerche,
non fu trovata traccia dei briganti né mai più nulla si seppe di loro.
È bene precisare che l'attuale San Bernardo (se di provenienza selezionata), che tanto successo di
pubblico riporta nelle esposizioni canine, ha conservato intatte le caratteristiche psicofisiche
dei famosi cani da soccorso del passato, cosicché, oltre ad essere un cane da guardia insuperabile
e con un fortissimo senso della proprietà e del territorio, è in grado di compiere, se opportunamente
dressato, lo stesso lavoro di soccorso e guida dei suoi antenati.
Diversi San Bernardo vengono regolarmente utilizzati (sia qui in Italia che nel resto dell'Europa e
in America) come cani da valanga veri e propri ed anche come cani «da catastrofe» (terremoti, alluvioni,
ecc.) e per la ricerca di persone scomparse. Vedremo poi l'argomento in dettaglio.
Nato al servizio dell'uomo, il San Bernardo non ha dunque interrotto, come tante altre razze,
la sua opera di ausiliario canino, dimostrando, nelle più diverse utilizzazioni, il suo eclettismo e
le sue qualità fisiche e psichiche straordinarie.
(A sinistra): "Golia" e le sue protette. Prop.: All.to Del Soccorso (Foto Pozzoni)
(A destra): il Camp. Int. It. Vittorio del Soccorso (prop. fam. Venieri) con un suo nipotino di 2 mesi (Foto Pozzoni)
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