|
|
|
| |
Storia del soccorso coi cani in epoca classica | |
"I buoni samaritani delle montagne" (dipinto della metà dell'Ottocento)
«Il sentiero che sfiora la montagna
sovrasta un precipizio, e sventurato colui che è obbligato a transitarvi; la valanga si distacca
dai fianchi di roccia e lo inghiotte. Ma chi ha schivato la valanga, corre ancora il pericolo
di errare in cerca della via giusta, nel mezzo della solitudine più agghiacciante e paurosa e di
veder sopraggiungere le tenebre senza trovare ricovero. Se si corica e si addormenta è perduto;
il freddo ne assidera le membra e la neve lo seppellisce. Allora interviene la Provvidenza nelle
sembianze di un cane... Di notte, allorché la raffica si scatena e tra le fratte alpestri sibila
sinistro il soffio algente dei rovai, viene aperto il canile e i suoi ospiti si precipitano fuori,
ansiosi di frugare per ogni recesso di quel mondo gelido e scialbo, su cui l'insidia incombe come
una spada di Damocle.
Simili ad ombre vaganti di irrequieti spiriti, seguono con sicurezza prodigiosa orme invisibili,
fiutano emanazioni misteriose... Eccoli intenti a scavare cogli unghioni robusti la neve. Hanno
trovato, si arrestano per avvisare, emettendo quel lungo e lamentoso latrato pieno di supplicazione
e di accoramento che, lacerando il silenzio della montagna, getta l'allarme fra i religiosi. Il viandante
è salvo!» Così descrive l'attività di soccorso dei San Bernardo Carlo Alberto Girardon nel suo
Il cane nella Storia e nella Civiltà del Mando del 1930. Quale migliore elogio ci si potrebbe
poi aspettare di quello di Chateaubriand che celebra nel 1802' nel suo Genio del Cristianesimo, i meriti
dei San Bernardo, meravigliosi strumenti della carità dei loro padri protettori: «Ma il
viaggiatore delle Alpi non è che alla metà del suo viaggio. La notte si avvicina, cade la neve. Solo,
tremante, sperduto egli fa qualche passo e si smarrisce senza speranza. Ecco ormai cade la notte.
Fermo sull'orlo di un precipizio non sa andare avanti né tornare indietro. Ben presto il freddo
gli penetra nelle ossa, le sue membra si intorpidiscono, un sonno funesto chiude i suoi occhi.
I suoi ultimi pensieri sono per i figli e la moglie. Ma non è forse il suono di una campana che gli
giunge attraverso il frusciare della tempesta, oppure sono solo i rintocchi a morto che la sua
fantasia spaventata crede di percepire tra i venti? No' sono suoni reali' ma inutili perché i piedi
del viaggiatore rifiutano adesso di sostenerlo. Si sente un altro rumore Un cane abbaia tra la neve,
s'avvicina, arriva, ulula di gioia: un solitario monaco lo segue.
Non è bastato quindi avere offerto mille volte a propria vita per salvare degli uomini, essersi
stabiliti per sempre nel profondo delle solitudini più spaventose. Bisognava che perfino gli animali
imparassero ad essere lo strumento di queste opere sublimi, che si infiammassero per così dire della
ardente carità dei loro santi padroni e che le loro grida su la cima delle Alpi proclamassero all'eco
delle rocce i miracoli della nostra religione!».
Come riferisce il canonico Marquis nell'obituario, libro che si trova all'Ospizio e che contiene i nomi
di tutte le persone morte sulla montagna, si può leggere di una ventina di viaggiatori che morirono
nella neve ai primi del XVII secolo, per mancanza di un tempestivo soccorso.
A partire dal 1650, all'incirca, l'hospitalier, che è un inserviente dell'Ospizio chiamato anche
"marronier", comincia ad addestrare dei cani e ad utilizzare questi utili compagni nei suoi via vai.
Grazie a ciò le «morti bianche» diventano più rare.
(A sinistra): un "marronier" col suo "gigante alpino" (litografia di epoca napoleonica)
(A destra): un salvataggio in epoca classica (da un quadro del 1865)
Nel 1786 l'erudito De Saussure descrive i soccorsi dati ai passanti. «Il marronier», dice,
«è accompagnato da uno o due grandi cani addestrati sia a riconoscere il sentiero nella nebbia,
la tempesta e la neve, sia a scoprire i passanti sperduti.»
La Rivoluzione francese si avvicinava e con essa si avvicinavano i grandi movimenti di truppe.
Non deve sembrare strano trovare in un libro del 1789, Saggi storici sul Mont-Saint-Bernard di
Chrétien des Loges, le righe seguenti: «Uno dei doveri essenziali dell'economo (cappellano) è di
occuparsi della muta dei cani che frugano la neve e riconducono sulla via quando ci si è persi, e
di inviare giornalmente i "marroniers" incontro ai passanti in inverno». I cani sembrano, in
quell'epoca, così bene addestrati che dai 1790 a 1810 neanche un soldato muore sulla montagna.
Molti di loro, abbandonati dai compagni, furono raccolti e curati. Durante questo periodo solo sei
militari resero l'anima all'Ospizio.
Tra i rifugiati, solo un prete francese e la sua guida morirono nella neve, perché erano partiti
troppo tardi da Bourg-Saint-Pierre.
Eppure, circa duecentomila soldati passarono il Colle in quei tempi torbidi. Non ci fu nessuna vittima
tra i quarantamila uomini dell'esercito napoleonico che attraversarono io passo nel maggio 1800.
Nel medesimo anno 1800, il Canonico Murith ci trasmette la sua testimonianza.
«I nostri mastini così utili ai viaggiatori sono di dimensioni straordinarie. Sono amici dei viaggiatori,
abbaiano da lontano e sono affettuosi da vicino. Servono soprattutto a riconoscere, anche in profondità,
le tracce del vecchio sentiero che sarebbe pericoloso abbandonare quando è ricoperto dalla neve recente,
a dirigere in questo caso e in caso di nebbia i passi incerti del loro accompagnatore che va ogni giorno
incontro ai viaggiatori con pane, formaggio e vino; a ricondurre sulla buona strada i viaggiatori persi
nella nebbia e a tracciare la via nella neve, facilitando così al "marronier" e ai viandanti l'accesso
alla montagna.
I nostri cani non temono mai il freddo. La natura li veste adeguatamente al clima del loro ambiente.
Alcuni si sono dimostrati così dotati di capacità di apprendimento da abituarsi a portare un piccolo
basto al quale sono attaccati due vasi chiusi. Così attrezzati seguono un domestico fino alla nostra
latteria distante una lega (La Pierre) e riportano indietro del latte e del burro per la essa. Nessuno
come loro sa scavare la neve, anche la più compatta, per ritrovare persone sepolte».
l'Ospizio del Gran San Bernardo
Torna su
|
|
Barry I°, il «santo» del Gran San Bernardo | |
Il più celebre di tutti i cani di San Bernardo è stato Barry
(salvatore di oltre 40 persone), le cui caratteristiche psichiche sono tuttora esemplari per la razza.
Nacque nel 1800 da Alpina e da Pluto, ultimo di tre fratelli, proprio mentre Napoleone attraversava
il passo con le sue truppe. Fin da giovanissimo dimostrò doti eccezionali ed un piccolo addestramento
fu sufficiente a renderlo un perfetto salvatore. Il suo zelo era straordinario e non ci fu mai bisogno
di esortarlo al lavoro. Se con la sua acutissima sensibilità avvertiva che qualcuno era in pericolo,
nessuno poteva trattenerlo all'Ospizio: quasi in stato di trance, guidato da oscure forze, usciva fuori
con qualsiasi tempo alla ricerca del viandante sperduto. Spesso operava da solo, come tutti i veri cani
da soccorso, ma se il compito era superiore alle sue forze allora tornava all'Ospizio per dare
l'allarme.
Quando nel 1805 compì il più famoso dei suoi salvataggi era già celebre in tutta Europa: Martino
Vincenzi, un lavoratore italiano, era morto di tisi a Losanna lasciando la moglie e il figlio di pochi
amni senza un soldo. La donna decide di tornare dai suoi parenti in Italia. Nei primi giorni di marzo
attraversa Martigny e col bambino appeso alle spalle, come d'uso allora, esausta per il lungo cammino,
raggiunge Bourg-Saint-Pierre. Qui tenta di trovare un lavoro per trascorrervi alcuni mesi e rimettersi
in forze. Ma la gente è povera e nessuno vuole prendersi a carico due bocche da sfamare.
Le consigliano di tornare a Martigny, ma lei rifiuta e al mattino seguente, nonostante il tempo
minaccioso, è vista incamminarsi verso il passo. Su all'Ospizio, intanto, Padre Luigi, guida dei cani
e grande amico di Barry che usa come capo-muta, è andato a fare il giornaliero giro di perlustrazione.
Ad un tratto vede Barry fermarsi e con lui gli altri cani. Poco dopo ode, proveniente dalle rocce del
Becco Nero, un sinistro scricchiolio che aumentando d'intensità diviene rumore di tuono.
In pochi secondi monaco e cani sono sommersi da una nube branca, mentre una valanga precipita 100 metri
davanti a loro. Quando tutto è finito Padre Luigi scorge Barry partire in direzione della valanga
sparendo alla vista. Lo chiama a gran voce, soffia nel fischietto ripetutamente finché, data la
minaccia di nuove slavine e di bufera, decide di tornare all'Ospizio senza di lui. Quando
riferisce l'accaduto al priore questi ne è stupito, perché Barry non era mai stato disubbidiente;
forse aveva percepito un essere umano in difficoltà, ma questa ipotesi era da scartare in quanto
ben pochi avrebbero potuto avventurarsi nel passo di quella stagione.
Malauguratamente nessuna supposizione può tranquillizzare i due monaci. Continuano a passeggiare
avanti e indietro nell'atrio del convento e ogni tanto aprono il pesante portone per scrutare
all'esterno. Alle 3 del pomeriggio la loro tensione è ancora aumentata e decidono decidono di
inviare alcuni confratelli, nonostante l'incipiente tormenta, alla ricerca di Barry. La colonna
parte ma, dopo alcune ore di ricognizione, non riesce a trovare traccia del cane. Due monaci si
portano verso Cantine de Proz e lì apprendono che una donna con un bambino, sorda ai richiami di
chi voleva trattenerla, si era avventurata lungo la pista che, fiancheggiando il ghiacciaio di
Barry I°, il "santo" del Gran San Bernardo (da un quadro del 1834 di proprietà dell'Autore)
|
Balsore, conduce al passo. A questo punto si rendono conto che la donna doveva essersi trovata
vicina al luogo di caduta della valanga e che Barry ne aveva sentito la presenza. Ma ciò era accaduto
dieci ore prima. Mentre la tempesta di neve si scatena in tutta la sua violenza, nel cuore della
notte decidono di rientrare all Ospizio a chiedere rinforzi per una nuova ricognizione.
Nel frattempo (sono le 23) il convento è immerso nel sonno, ma il priore non può dormire pensando
all'accaduto. Improvvisamente un lamento che travalica l'urlo della tormenta lo fa trasalire e
ode dei rumori rimbombare nell'androne d'ingresso. Si precipita al pian terreno e, spalancato il
portone, scorge Barry coperto di neve accovacciato sotto il muro di protezione. Il cane emette un
leggero mugolio ma rimane immobile. Il priore si china su di lui e vede che ha un fagotto sul dorso:
all'improvviso si accorge con stupore che, avvolto in un panno e legato alle cinghie in dotazione a
tutti i cani dell'Ospizio, c'è un bambino svenuto. Trasporta subito piccolo nell'interno chiamando aiuto.
I monaci si prodigano con massaggi per rianimarlo e dopo attimi di ansia il fanciullo apre gli occhi.
Nello stesso momento gli uomini che erano stati a Cantine de Proz fanno ritorno. Appare subito chiaro
che Barry, scavando nell'area della valanga, ha trovato la donna. Ella però, troppo debole per
seguirlo, in uno sforzo disperato teso almeno a salvare la vita del figlio, glielo ha affidato
dopo averlo assicurato alle cinghie di sostegno.
In quella notte un'altra pattuglia esce di nuovo guidata dall'inesausto Barry. Trova la madre dove
l'aveva lasciata: sembra dormire tranquilla nel suo letto di neve...
Un altro episodio tipico della psicologia di Barry ed in fondo di tutti i cani San Bernardo è quello
che accadde nel primi giorni del marzo 1809.
Per quanto il tempo sia pessimo e la temperatura polare, quattro muratori italiani sono in cammino
verso la Svizzera. Hanno fretta di arrivare a Losanna, temendo che i migliori lavori possano loro
sfuggire. La nebbia che grava sulla montagna non li sgomenta, conoscono quei luoghi come le loro
tasche.
Sul colle del Gran San Bernardo, tre monaci sono da diverse ore di pattuglia coi cani. Padre Luigi è
tra loro, si sente stanco e malato, e il freddo umido gli penetra nelle ossa. Mentre decide di
rientrare col gruppo al'Ospizio, scorge Barry arrestarsi d'improvviso, fiutare l'aria e poi dirigersi
verso la Montagna Morta, dove la nebbia sembra una coltre impenetrabile. Conoscendo l'infallibile
istinto del glorioso veterano, lo lascia andare e invita i confratelli a seguirlo con gli altri cani.
Mancandogli l'energia per una nuova ricognizione rimarrà fermo, in attesa.
Cala la notte quando il gruppo, preceduto da Barry, trova i quattro italiani che, perdutisi nella
nebbia, dopo aver a lungo vagato per la montagna, stremati, si erano stretti l'uno all'altro per
difendersi dal freddo. Mentre un monaco li ristora col liquore e i viveri che i cani trasportano,
l'altro corre al Convento a sollecitare i soccorsi. In breve, una nuova pattuglia equipaggiata
con barelle si mette in cammino. Nessuno si preoccupa del Padre Luigi rimasto ad attendere perché
Barry lo avrebbe trovato e condotto indietro. Dopo qualche ora infatti Barry rinviene il suo conduttore
che, nel tentativo dl rientrare da solo all'Ospizio, è caduto in un anfratto roccioso e ha una gamba
rotta. Intanto il freddo si è fatto più intenso e stringe la montagna in una morsa di ghiaccio. Il
cane si stende accanto all'uomo per rianimarlo. Padre Luigi afferra la fiaschetta appesa al collo
dell'animale ma è vuota, cerca i viveri ma non li trova, il suo cane non può aiutarlo. Rendendosi
conto che per lui sta giungendo la fine, ordina a Barry di tornare a casa per invocare aiuto. Quando
lo sconfortato cane raggiunge l'Ospizio, i monaci si accorgono che le provviste di Barry erano state
utilizzate per aiutare gli italiani. In tutta fretta, in preda a visibile ansia, seguono il cane, ma
troppo tardi; quando arrivano a tarda notte Padre Luigi è morto.
L'animale si pone accanto a lui come a proteggerlo e non c'è verso di smuoverlo. Fino all'alba la
montagna è scossa dai suoi lunghi e tristissimi ululati.
Barry non accettò mai più un altro conduttore, né mai più volle essere accompagnato da altri cani nel
suo lavoro. I numerosi salvataggi da lui effettuati dopo il 1809, compreso quello di un altro bambino,
non ebbero il concorso dei monaci. Egli vagava solitario come un
fantasma anche quando più forte era la bufera. Conosceva ogni piega, ogni più remoto sentiero della
montagna, gli stessi monaci stupefatti non osavano dargli ordini era diventato un mito. Un giorno
lo trovarono coperto di ferite accanto a un soldato. L'uomo,
semiassiderato e in delirio, lo aveva scambiato per un lupo pugnalandolo a più riprese. Barry, agile
com'era, avrebbe potuto sfuggire facilmente ai colpi, ma nel tentativo di aiutare lo sfortunato
soldato era rimasto ugualmente accanto a lui per scaldarlo e soccorrerlo. I monaci trasportarono
entrambi all'Ospizio. L'uomo si rimise e Barry, oggetto di premurose cure, guarì, ma non fu più in
grado di svolgere una vita attiva sulla montagna. Con riluttanza il Priore lo mandò a Berna presso
suoi amici, dove visse altri due anni straniero agli uomini e agli animali Era il 15 dicembre 1812.
Chi, conscio della sua fama, si era recato nella capitale elvetica per vederlo, lo ricorda come un
grande cane immobile, sdegnoso, col capo volto alle sue montagne, in costante attesa della morte.
Morì sul finire del 1814 a quasi 15 anni e il suo corpo fu donato al Museo di Storia
Naturale di Berna dove fu imbalsamato. Oggi, dopo quasi 180 anni, le sue spoglie salutano ancora i
visitatori che accorrono da tutto il mondo per vederlo.
Barry I°
|
Esiste tutta una letteratura su Barry e studi approfonditi sono stati compiuti per spiegare le sue
facoltà quasi medianiche. Un monumento gli venne dedicato nel cimitero dei cani di Asnières a Parigi.
Ma l'elogio più pertinente, oltre a quello di Henry Bordeaux nel commovente romanzo La Neige, gli è
stato fatto dallo scrittore e scienziato Peter Scheitlin (1779-1848) nell'opera Studio completo
sull'istinto degli animali: «II migliore cane non è quello che vegliò i difensori di Corinto, né
quello di Dryde, che, al cenno del suo padrone, distrusse i masnadieri, né il cane di Varsavia che
balzò nel fiume dall'alto del ponte per salvare una bambina, né quello di Montargis che uccise in
presenza del re l'assassino del suo padrone, né quello di Benvenuto Cellini che lo svegliò mentre
cercavano di derubarlo. No. Il migliore dei cani è Barry, il santo del San Bernardo. Barry il più
grande dei cani, il più grande degli animali. Uscivi dal convento col canestro al collo e andavi nella
tormenta sulle nevi insidiose. Tutti i giorni tu perlustravi la montagna a ricercare gli infelici
sepolti dalla valanga. Da solo li dissotterravi e richiamavi alla vita e, quando non lo potevi, correvi
al convento e chiamavi i monaci in aiuto. Tu facevi risorgere. La tua tenerezza era così comunicativa
che il fanciullo da te dissepolto si lasciò portare all'Ospizio senza timore, aggrappato al tuo dorso.
Salvare qualcuno era la tua gioia e tu sapevi farti comprendere da coloro che soccorrevi e infondere
loro confidenza e coraggio. Molti uomini dovrebbero imparare da te. Tu non attendevi che ti si chiamasse,
rammentavi da solo il tuo sacro dovere, come un uomo giusto che vuol piacere a Dio. Appena la nebbia o
la bufera si avvicinavano, tu partivi. Cosa saresti stato se Dio ti avesse fatto uomo? Fosti per 12
anni infaticabile, senza attendere un ringraziamento. Ebbi l'onore di conoscerti al San Bernardo:
con rispetto mi levai il cappello davanti a te. Tu giocavi coi tuoi compagni come un leone fra leoni,
volli accarezzarti ma tu brontolasti perché non mi conoscevi. Se fossi stato un infelice non lo avresti
fatto. Ora il tuo corpo imbalsamato è nel Museo di Berna. Fece bene la città che ti ospitò e mantenne
quando fosti vecchio e incapace di servire l'umanità.
Chi vede il tuo corpo imbalsamato si tolga il cappello, acquisti il tuo ritratto e lo metta in cornice p
er mostrarlo ai suoi figli e dica loro: andate e fate come questo buon samaritano».
La statua di Barry all'ingresso del cimitero di Asnières, presso Parigi
Torna su
|
|
Altri famosi salvatori | |
Altri famosi salvatori Altri salvatori famosi dell'Ospizio furono
Drapeaux e Jupiter, i cui nomi sono diligentemente elencati nei registri del monastero.
Drapeaux salvò un uomo in modo assai intelligente: «I1 messaggero che egli accompagnava, fu seppellito
sotto una valanga, da cui sporgeva solo la sua testa. Dapprima il cane fece tutti i tentativi per
liberare l'infelice, senza riuscivi, essendo la neve assai compatta. Allora si mise ad abbaiare, con
forza, scrutando ansiosamente in ogni direzione. Nessuno rispondeva all'appello angoscioso. Che fare?
Drapeaux prese alla fine la sua decisione: con tutta la velocità che poteva corse a invocare aiuto,
non già all'Ospizio, ma ad un villaggio che era il luogo più vicino al posto della sciagura. Vedendolo
apparire solo ed eccitato, gli abitanti arguirono che era capitata qualche disgrazia. Essi lo seguirono
e salvarono così il messaggero che attendeva fiducioso i soccorsi». Queste parole, che sono il più
bell'elogio fatto a Drapeaux, sono estratte da una lettera del superiore dell'Ospizio.
Jupiter visse nel 1830. Fra il rilevante numero di salvataggi operati da questo eroe canino, si cita
quello di una giovane donna e del suo bambino. Egli aveva scorto dei viandanti passare in prossimità
del Convento e subito era partito per seguirli. Qualche tempo dopo un monaco, che aveva notata la sua
assenza, si pose sulle sue tracce e lo scoprì appostato in un luogo assai pericoloso, sovrastante un
abisso, dove la donna e il fanciullo erano in procinto di cadere se il cane non li avesse fermati e
riportati al sicuro.
Tra le descrizioni dei salvataggi effettuati dai cani, trascriviamo il racconto del Canonico Dalleves.
«Un giorno dell'anno 1830, il postino venne alle 6 di sera ad avvertirci che aveva lasciato ad una lega
dall'Ospizio un uomo che non poteva più camminare per la fatica e il cattivo tempo. Immediatamente
religiosi e domestici partirono per salvarlo. C'erano come minimo sessanta centimetri di neve fresca!
Nevicava molto forte. Di tanto in tanto sembrava di sentire delle vampate cadere dal Mont-Mort.
Il vento soffiava talmente forte da spegnere le luci delle lanterne. La notte era di un'oscurità totale.
Solo i cani facevano da guida e senza questi ammirevoli animali ci saremmo immancabilmente perduti.
Finalmente, verso le 11, grazie ai cani scoprimmo il pover'uomo addossato ad una roccia con le membra
gelate. Gliele riscaldammo fregandole con la neve. Portammo l'uomo all'Ospizio dove arrivammo solo alla
una di notte». (Studi storici sull'ente ospidaliero del Gran San Bernardo del Mgr. Luquet, 1849).
Nell'aprile del 1801 il pastore Brindel del Cantone di Vaud intraprese un viaggio al Gran San Bernardo
e ne ricavò degli appunti interessanti. Non poteva scordare «quei cani cosi celebri in tutta Europa».
Ecco le sue parole: «Non si finirebbe mai di conoscere una razza cosi ammirevole e preziosa. Sono
animali giganteschi, dal colore fulvo, con qualche macchia bianca. Hanno un carattere estremamente
dolce. Non mordono mai e abbaiano solo all'arrivo dei viaggiatori. Vanno spesso loro incontro fino
al piede della montagna, servono loro da guida e li conducono al convento. Possiedono un ammirevole
istinto per ritrovare le tracce del sentiero o per individuare il viaggiatore sepolto sotto le nevi.
Ci si sbaglia però se si pensa che devono le loro doti alla sola natura. Sono i Padri che li addestrano
e questa educazione che si potrebbe chiamare ospedaliera, esige molta cura e molta pazienza. Certo che
i giovani si abituano presto a fare ciò che vedono fare ai più vecchi. Questa razza ama singolarmente
la neve e prova un grande piacere nel rotolarsi in quella appena caduta,» (Piccolo viaggio al Gran
San Bernardo dell'aprile 1801, apparso in «Etrennes Helvétiques et patriotiques,»).
"Simili ad ombre vaganti di irrequieti spiriti..." (disegno di Gustave Doré del 1860)
Torna su
|
|
Barry II° | |
A un secolo dalla nascita del famoso Barry un altro cane, non meno
notevole, chiamato Barry II, fece parlare di sé. Dotato di vigore e coraggio eccezionale e di taglia
molto grande, non lasciò mai la testa della colonna. Qualunque fosse l'altezza della neve fresca sempre
batteva la pista per primo. Per il servizio in montagna durante l'inverno, fu straordinario. Con la
catena fissata al collare, aiutò molte persone a salire fino all'Ospizio, perfino una volta il suo
stesso «marronier», esausto.
Barry II°
|
Una notte di novembre del 1904 due domestici partirono con Barry II per andare incontro ad un uomo di
cui non si avevano più notizie da La Cantinee. Scendono per il sentiero della Combe e raggiungono la
strada al Tronchet. Là il fiuto di Barry segnala che bisogna tornare lungo la strada verso l'Ospizio.
All'altezza del Gran-Rocher Barry II salta sotto la strada e scopre il disperso che giaceva supino,
coperto da un sottile strato di neve. Siccome non faceva freddo, il pover'uomo era ancora in vita,
ma svenuto. Con molta fatica, perché era molto robusto, riuscirono ad issarlo fin sulla strada e a
trasportarlo fino al Convento, mentre Barry II gli camminava a lato guaendo. Grazie alle cure dei
canonici Ernest Benoît, conciatore di Sainte-Croix, riuscì a salvarsi.
L'allacciamento del telefono e del telegrafo nel 1885 e 1886 facilitò il compito dei cani. Difatti
nei giorni di gran tempesta o di neve troppo alta, con la certezza che nessuno si sarebbe avventurato
in montagna, i cani non furono più obbligati a fare un giro inutile e pericoloso. Ma il loro ruolo
essenziale restava quello di tracciare la pista davanti al "marronier", perché il passaggio era più
frequentato che mai. Almeno venticinquemila visitatori all'anno transitavano per il Colle e si
effettuavano ancora numerosi salvataggi. Negli ultimi anni del XIX secolo, un pellegrino entusiasta
si presentò all'Ospizio Si reggeva con due stampelle, ma aveva voluto salire ancora una volta per
ringraziare i canonici e i cani per averlo salvato. A soli dieci anni aveva trovato lavoro in Svizzera
come spazzacamino e stava tornando a essa all'inizio dell'inverno. Siccome era esausto il suo padrone
l'abbandonò in mezzo alla Combe-des-Morts. Vi sarebbe morto se non fosse venuto un cane a leccarlo e
svegliarlo dalla morte bianca.
Molti racconti confermano che i San Bernardo avvertono le valanghe in anticipo. «Nel 1812, il 15
gennaio, due "marroniers", mandati incontro a dei viaggiatori, rischiarono di essere sepolti da una
valanga vicino all'Ospizio. Il nane che li accompagnava sembrava avvertire il pericolo. Mentre di
solito apriva la marcia, quella volta era impossibile farlo avanzare per primo. Un "marronier"
s'incamminò. Nello stesso istante un'enorme lastra di neve cedette davanti ai suoi piedi.»
(A. Pellouchoud, Il Gran San Bernardo).
«Il cane può anche riconoscere il pericolo di una valanga. Malgrado la nostra esperienza di
dieci-quindici anni ci è successo di non riuscire ad accorgerei che una valanga ci minacciava in
un certo posto, mentre il cane riusciva ad intuirlo. Ci è capitato di osservare questo fenomeno anche
lo scorso inverno. Un giorno volevamo fare uscire i nostri cani, come al solito, per la loro
passeggiata quotidiana. Arrivati sulla porta i cani si rifiutarono di uscire. Siccome il tempo non
era dei migliori pensammo, all'inizio, ad un po' di pigrizia anche se ciò pareva molto strano:
i nostri cani non hanno paura del cattivo tempo e non temono per niente la bufera di neve. Anzi,
si può dire che la amino, perché è proprio in questi casi che i loro giochi sono più gioiosi. Dopo
molte insistenze fummo obbligati a rinunciare, perché si rifiutarono categoricamente d'uscire.
Circa cinque minuti più tardi cadde una valanga e sfondò la porta attraverso la quale volevamo
farli uscire qualche istante prima. In altre circostanze, qualche anno fa, un cane si rifiutò di
passare per un sentiero che i nostri confratelli invece imboccarono, lasciando indietro il cane.
La traversata del canalone era proprio pericolosa, visto che la valanga travolse la compagnia.»
(Lettera del canonico J. Jaquier al Sig. Dorcy, 3 gennaio 1939).
Studi e ricerche storiche recenti confermano che i cani dell'Ospizio, nell'arco di circa due secoli
(1750-1940), salvarono o contribuirono a salvare oltre 2000 vite umane.
L'Ospizio e il suo lago (incisione del 1882)
Torna su
|
| |
|
|
|